SABATO 3 OTTOBRE TRANSITO DI SAN FRANCESCO
APPUNTAMENTO ALLA CONCLUSIONE DELLA MESSA VESPERTINA DELLE ORE 18 PRESSO I FRATI CAPPUCCINI DI CONEGLIANO
DOMENICA 4 OTTOBRE, SOLENNITA’ DI SAN FRANCESCO,
PATRONO D’ITALIA
ALLE ORE 17 MESSA SOLENNE DAI FRATI CAPPUCCINI DI CONEGLIANO, PRESIEDE IL NOSTRO VESCOVO RICCARDO
IL TRANSITO DI SAN
FRANCESCO
dalle “Fonti Francescane”
Francesco a
causa delle varie, insistenti e ininterrotte infermità, era ridotto
al punto che ormai la carne era consumata e rimaneva quasi soltanto
la pelle attaccata alle ossa. Ma, per quanto strazianti fossero i
suoi dolori, quelle sue angosce non le chiamava sofferenze, ma
sorelle. Una volta, vedendolo pressato più del solito dai dolori
lancinanti, un frate molto semplice gli disse: “Fratello, prega il
Signore che ti tratti un po’ meglio, perché sembra che faccia
pesare la sua mano su di te più del dovuto”. A quelle parole, il
Santo esclamò con un grido: “Se non conoscessi la tua schiettezza
e semplicità, da questo momento io avrei in odio la tua compagnia,
perché hai osato ritenere discutibili i giudizi di Dio a mio
riguardo”. E, benché stremato dalla lunga e grave infermità, si
buttò per terra, battendo le ossa indebolite nella cruda caduta. Poi
baciò la terra, dicendo: “Ti ringrazio, Signore Dio, per tutti
questi miei dolori e ti prego, o Signore mio, di darmene cento volte
di più, se così ti piace. Io sarò contentissimo, se tu mi
affliggerai e non mi risparmierai il dolore, perché adempiere alla
tua volontà è per me consolazione sovrappiena”. Per questo motivo
ai frati sembrava di vedere un altro Giobbe, nel quale, mentre
cresceva la debolezza del corpo, cresceva contemporaneamente la forza
dello spirito. Avendo conosciuto molto tempo prima il giorno del suo
transito, quando esso fu imminente disse ai frati che entro poco
tempo doveva deporre la tenda del suo corpo, come gli era stato
rivelato da Cristo.
Nell’anno
ventesimo della sua conversione, chiese che lo portassero a Santa
Maria della Porziuncola, per rendere a Dio lo spirito della vita, là
dove aveva ricevuto lo spirito della grazia. Quando vi fu condotto,
per dimostrare che, sul modello di Cristo-Verità, egli non aveva
nulla in comune con il mondo, durante quella malattia così grave che
pose fine a tutto il suo penare, si prostrò in fervore di spirito,
tutto nudo sulla nuda terra: così, in quell’ora estrema nella
quale il nemico poteva ancora scatenare la sua ira, avrebbe potuto
lottare nudo con lui nudo. Così disteso sulla terra, dopo aver
deposto la veste di sacco, sollevò la faccia al cielo, secondo la
sua abitudine, totalmente intento a quella gloria celeste, mentre con
la mano sinistra copriva la ferita del fianco destro, che non si
vedesse. E disse ai frati: “Io ho fatto la mia parte; la vostra,
Cristo ve la insegni”. Piangevano, i compagni del Santo, colpiti e
feriti da mirabile compassione. E uno di loro, che l’uomo di Dio
chiamava suo guardiano, conoscendo per divina ispirazione il suo
desiderio, si levò su in fretta, prese la tonaca, la corda e le
mutande e le porse al poverello di Cristo, dicendo: “Io te le do in
prestito, come a un povero, e tu prendile con il mandato della santa
obbedienza”. Ne gode il Santo e giubila per la letizia del cuore,
perché vede che ha serbato fede a madonna Povertà fino alla fine;
e, levando le mani al cielo, magnifica il suo Cristo, perché,
alleggerito di tutto, libero se ne va a Lui. Tutto questo egli aveva
compiuto per lo zelo della povertà, che lo spingeva a non avere
neppure l’abito, se non a prestito da un altro. Volle di certo
essere conforme in tutto a Cristo crocifisso, che, povero e dolente e
nudo rimase appeso sulla croce. Per questo motivo, all’inizio della
sua conversione, rimase nudo davanti al vescovo; per questo motivo,
alla fine della vita, volle uscire nudo dal mondo e ai frati che gli
stavano intorno ingiunse per obbedienza e carità che, dopo morto, lo
lasciassero nudo là sulla terra per il tratto di tempo necessario.
Finalmente,
avvicinandosi il momento del suo transito, fece chiamare intorno a sé
tutti i frati del luogo e, consolandoli della sua morte con
espressioni carezzevoli, li esortò con paterno affetto all’amore
di Dio. Si diffuse a parlare sulla necessita di conservare la
pazienza, la povertà, la fedeltà alla santa Chiesa romana, ma
ponendo sopra tutte le altre norme il santo Vangelo. Mentre tutti i
frati stavano intorno a lui, stese sopra di loro le mani,
intrecciando le braccia in forma di croce (giacché aveva sempre
amato questo segno) e benedisse tutti i frati, presenti e assenti,
nella potenza e nel nome del Crocifisso. Inoltre aggiunse ancora:
“State saldi, o figli tutti, nel timore del Signore e perseverate
sempre in esso! E, poiché sta per venire la tentazione e la
tribolazione, beati coloro che persevereranno nel cammino iniziato!
Quanto a me, mi affretto verso Dio e vi affido tutti alla Sua
grazia!”(98). Terminata questa dolce ammonizione, l’uomo a Dio
carissimo comandò che gli portassero il libro dei Vangeli e chiese
che gli leggessero il passo di Giovanni, che incomincia: “Prima
della festa di Pasqua…”. Egli, poi, come poté, proruppe
nell’esclamazione del salmo: “Con la mia voce al Signore io
grido; con la mia voce il Signore io supplico” e lo recitò fin al
versetto finale: “Mi attendono i giusti, per il momento in cui mi
darai la ricompensa”. Quando, infine, si furono compiuti in lui
tutti i misteri, quell’anima santissima, sciolta dal corpo, fu
sommersa nell’abisso della chiarità divina e l’uomo beato
s’addormentò nel Signore. (Leggenda
Major San Bonaventura)
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Sappiamo
che gli ultimi due anni di vita di Francesco furono contrassegnati da
grandi sofferenze da farlo rassomigliare a Cristo crocifisso. Il 17
settembre del 1224 ricevette le stimmate sul monte della Verna,
durante la quaresima in preparazione alla festa di San Michele
Arcangelo (29 settembre). Era stato lo stesso Francesco a chiedere di
soffrire con questa preghiera: “O Signore mio Gesù Cristo, prima
che io muoia ti chiedo la grazia di farmi sentire nell’anima e nel
corpo quel dolore che tu, dolce Gesù, sostenesti nell’ora della
tua acerbissima passione. E per quanto io possa sentire l’amore che
tu avesti per noi (FF, 1219). E le sofferenze vennero. Oltre
all’impressione delle stimmate, ebbe inizio un fastidioso male agli
occhi, tanto grave che si dovette ricorrere ad un’ operazione
effettuata da un medico a Rieti. “Con ferri roventi gli furono
bruciate le vene, dall’orecchio al sopracciglio, ma non giovò a
nulla” (FF, 1815). Da Rieti Francesco fu portato a Siena, sempre
per la cura degli occhi. Ma proprio a Siena “cominciò ad ammalarsi
gravemente per tutto il corpo. A seguito di una rottura dei vasi
sanguigni dello stomaco, ebbe abbondanti sbocchi di sangue, tanto da
far temere imminente la fine” (FF, 502). A tale notizia, frate Elia
accorse in fretta e fece trasportare Francesco al conventino delle
Celle presso Cortona Ma, dopo pochi giorni dall’arrivo, il male
riprese il sopravvento… “gli si gonfiò il ventre, gli si
inturgidirono gambe e piedi, e lo stomaco peggiorò talmente che gli
riusciva
quasi impossibile ritenere qualsiasi cibo” (ivi). Francesco chiese
a frate Elia il favore di farlo riportare ad Assisi, ciò che frate
Elia eseguì prontamente, anzi ve lo accompagnò di persona. I
cittadini di Assisi, messi al corrente della gravità del male,
compresero che quello era l’ultimo ritorno di Francesco nella sua
città. Gli mandarono incontro una delegazione con cavalli e
cavalieri che lo accompagnò in corteo da Satriano ad Assisi. (cfr.
FF, 1609). Frate Elia sistemò Francesco nel palazzo del vescovo di
Assisi anziché alla Porziuncola, e ciò per motivi di sicurezza. La
Porziuncola, a quei tempi, era in aperta campagna , quindi troppo
esposta ad incursioni per rapire il corpo , appena avvenuta la morte.
Ma , alla fine, vinse il desiderio del Santo, il quale “pregò i
frati di trasportarlo in fretta a Santa Maria della Porziuncola,
volendo rendere l’anima a Dio là dove per la prima volta aveva
conosciuto la via della verità”.(FF, 507) Francesco, oramai
prossimo al trapasso, chiese che venisse avvertita Giacomina dei
Settesoli, nobile signora romana, devota al santo, che lo aveva
ospitato a Roma. Francesco detta la lettera pregando “ Frate
Jacopa” (come egli la chiamava) che si affrettasse a venire, se
voleva rivederlo vivo. Ma prima che partisse il messo che doveva
recare la lettera, all’improvviso si udì dalla porta un calpestio
di cavalli e il rumore di una comitiva. Uno dei confratelli si
avvicinò alla porta e si trovò davanti Giacomina che, avvertita in
sogno della prossima scomparsa del santo, si era precipitata per
rivederlo. Aveva portato con sé un panno di color cenerino, con cui
ricoprire il corpo morente, dei ceri, una sindone per il volto, un
cuscino per il capo e dei dolci (i mostaccioli) che il Santo aveva
desiderato, e che la nobildonna gli preparava allorché lo aveva
ospite a Roma. Giacomina assisterà alla morte e ai funerali del
Santo, si farà terziaria francescana, si stabilirà ad Assisi e alla
sua morte sarà seppellita accanto alla tomba di san Francesco (cfr.
FF, 860). “Quando Francesco sentì che stava per giungere il
momento della sua partenza da questa terra, convocati intorno a sé i
suoi frati, impartì a ciascuno la benedizione, come un tempo il
patriarca Giacobbe benedisse i suoi figli”(FF, 505). Francesco
spirò la sera del 3 ottobre 1226. In quel momento uno stormo di
allodole si posò sul tetto e a lungo garrì, salutando l’amico che
volava al cielo (cfr. FF, 855).